La  voglia di arrampicare non passa nemmeno con l’arrivo dell’inverno, e Alessandro ZENI  si è inventato un altro dei suoi capolavori nelle prima decade di dicembre, in territorio svizzero, concedendosi la 4° ripetizione assoluta della difficilissima via di arrampicata sportiva denominata “Bimba Luna” dal grado notevole di 9a+.

Tre  giorni, un totale di otto tentativi per salire questa via storica liberata d Francois Nicole nel 2004, una placca molto particolare nel suo genere, dove il tutto si concentra in sette movimenti furiosi su prese dolorose, piccolissime e distanti tra loro. La felicità di ZENI  affrontando questa divinità dell’arrampicata, sta nel fatto di avere assunto la consapevolezza di non aver raggiunto ancora il suo limite in questo stile di scalta a lui molto congeniale.

A fianco il racconto integrale scritto dall’arrampicatore in persona, con le emozioni che solo lui ha potuto provare durante questa salita particolarmente impegnativa e per davvero pochissime persone.

Sotto alcune foto di Alessandro ZENI  durante le sue imprese sportive, sia su roccia che artificiale.

“Era il giorno della “Luna gigante” e assieme all’amico Riccardo ero in viaggio alla volta della falesia Svizzera di Saint Loup. Ci eravamo lasciati alle spalle già molti chilometri di strada e quelli che ancora ci mancavano li stavamo consumando veloci come due bambini golosi, alle prese con una barretta di cioccolata. L’oscurità della notte era rischiarata da questa enorme sfera, pallida e perfetta, che vanitosa si specchiava nel lago di Ginevra. La guardai intrappolato dai suoi riflessi argentati e mi rassegnai pensando che “Baby Lou Moon”, come la chiamano i francesi, probabilmente sarebbe stata l’unica luna sulla quale avrei mai potuto posare le mani.
Erano ormai trascorsi dieci mesi da quando avevo salito “Bain de Sang” e già sentivo la voglia impellente di ritornare. Appena arrivato a Pompamles mi resi subito conto che tutto era esattamente come lo avevo lasciato. C’è qualcosa di molto particolare in questo luogo che mi attira. Forse la tranquillità o forse semplicemente la gentilezza con cui i local ci accolgono ad ogni nostra visita. Credo che certi luoghi o li ami oppure li odi, come del resto lo stile di scalata che propongono. Fatto sta che ancora una volta mi ritrovai qui e questa volta per tentare la storica e più impegnativa “Bimba Luna”.
Ero consapevole che la sfida sarebbe stata molto complessa, tutto si sarebbe risolto in soli sette movimenti su lame di roccia taglienti come rasoi e molto distanti tra loro. D’altro canto non mi aspettavo nulla di particolare, volevo solo mettermi alla prova su qualcosa di
difficile e sufficientemente confermato da altri per capire il mio reale livello di capacità su questo genere di scalata a me da sempre molto congeniale. Avevamo solo 5 giorni di tempo, in poche parole, ogni singolo tentativo andava misurato con estrema attenzione. Tutto questo può essere stressante per certi versi ma per altri è anche un ottima lezione, ti insegna ad essere paziente e a valutare ogni  dettaglio. Un modo come un altro per mettersi davvero alla prova. Ho passato così i primi due giorni a provare le sequenze e già al secondo giorno riuscivo a fare ogni movimento e, per fortuna, anche con un buon margine di riuscita. È stato in quel momento che ho capito che, se il meteo fosse stata favorevole, forse ci sarei potuto riuscire.
Arrivò così sabato 8 dicembre e come era stato per “Bain de Sang” avrei tentato il tutto e per tutto all’ultimo giorno della vacanza. La neve è scesa copiosa durante la notte e un magico silenzio mi accoglie al risveglio. Mentre mi avvio verso la falesia, soffici fiocchi di neve volteggiano e si posano su ogni cosa mentre sottili cristalli di ghiaccio salgono come zanne dal terreno e si frantumano sotto la suola delle scarpe producendo un suono vitreo. Inseguo questo suono e in un baleno sono già sotto la falesia. Come di consueto accendiamo un fuoco, amico prezioso quando la temperatura esterna supera di rado i zero gradi centigradi. E mentre la neve non accenna a diminuire, parto per un timido giro di riscaldamento. Le dita sono fredde come il marmo e ad ogni movimento una nuvola di vapore caldo mi esce dai polmoni. Il fisico risente del gelo, ogni movimento è lento e impacciato, come fosse appena uscito dal letargo. Ci vuole pazienza, ma pian piano, come la linfa che torna a scorrere negli alberi a primavera, pure il sangue inizia nuovamente a circolare e lentamente torno a sentire le dita. Ora non mi rimane che riposare un attimo, scaldare un po’le mani sul fuoco e partire. Proprio mentre sono lì fermo in cerca degli ultimi attimi di concentrazione, ecco che di colpo quella leggera nevicata si trasforma in una vera e propria
bufera di neve.
Ci mancava solo questa!! Sono pervaso da un senso di agitazione nato dalla paura di non aver più altre possibilità. Supplico l’amico Riccardo di farmi un’ultima sicura per un disperato tentativo sotto la neve. Parto e nonostante tutto mi trovo ad un passo dalla riuscita ma su una presa ormai la neve si è posata. Lotto con tutte le mie forze ma a fatica vedo la lista successiva e in quel mare duro e verticale smarrisco ogni riferimento, tutto diventa bianco. La mano gelata lentamente scivola via e con essa anche la speranza di poter fare un altro tentativo. Poi ad un tratto sono giù. Maledetta Luna!! Perché te ne stai così distante!?
Riccardo mi esorta a non disperare e nell’attesa andare prendere un caffè. Accetto la proposta di buon grado e un po’rassegnato all’idea che fosse finita, ci incamminiamo. Giusto il tempo di berlo e la neve smette di colpo di cadere lasciando spazio ad un pallido sole. La parete in poco più di un’ora si asciuga e ci lascia la possibilità di un ultimo tentativo. La dea bendata è dalla mia e non voglio assolutamente sprecare questa occasione!
Così, pian piano, torniamo alla base della via. Il bosco gocciola, sciogliendo in lacrime la neve riscaldata dal sole e i rami lentamente tornano a rialzare la loro testa. Si riparte da zero. Il chiarore della luce si estende sulla parete come le dita aperte di una mano e mentre questo anemico sole mi scalda salgo ancora una volta su questa Luna che sembra non volersi far acchiappare. Scivolo leggero su questa roccia che mi ricorda il colore dell’Arnica, tutto è perfetto e appena arrivo al passaggio chiave mi sento bene. Respiro a fondo quel tepore che sembra tagliare le radici e poi parto. Questa volta non sbaglio nulla e con una facilità quasi inaspettata lo supero e mi ritrovo fuori dal passaggio chiave. Non appena affondo la mano nel bucone finale, che fa da cratere su questa superficie lunare davvero molto piatta, esulto di felicità e sento il mio cuore rullare come un tamburo forse perché in qualche modo ha già sentito cosa stava per succedere. Proseguo poi per gli ultimi metri che mi conducono fino in catena. Non appena passo la corda, come quella neve che d’un tratto aveva smesso di venir giù, pure la mia felicità si dissolve nel vento e nel silenzio. Tre giorni, otto tentativi e tutte quelle attese passate al freddo alla ricerca del momento propizio, come un lupo in agguato nella neve.. Mi sono reso conto che questo viaggio era finito e che era ora di proseguire.
Ancora una volta non ho trovato un limite, penso di poter fare molto più di questo e spero mi sia concesso il tempo per provare a superare me stesso su questo stile di scalata che ormai è parte di me. Ho ancora moltissimi progetti in vista uno dei quali, forse il più ambizioso, è proprio quello di tornare qui per provare a concretizzare quella che per ora è soltanto un’idea. Ma ho imparato che spesse volte tutto parte da lì. Da una folle, pazza e meravigliosa idea. Poi si sa, l’arrampicata sta andando nella direzione esattamente opposta alla mia e tutto questo sembra ormai un’ombra del passato. Ma mi piace pensare che ancor prima che la mia magnesite sia svanita per sempre dalla roccia, forse avrò in qualche modo ispirato qualcuno ad uscire dagli schemi, a indossare scarpette rigide, tagliarsi i polpastrelli su piccole lame di pietra e ricercare l’equilibrio perfetto, nel tentativo di alzare l’asticella e forse arrivare alla mia stessa conclusione: “scalo in placca perché amo farlo!”
Concludo ringraziando il Centro Sportivo dell’Esercito il cui supporto mi è essenziale per poter dare forma ai miei sogni
inseguendo ogni giorno questa mia grande passione per l’arte di salire in alto.”
Alessandro Zeni
Alessandro Zeni

Arrampicatore